Micheal Moore si presenta a noi con il suo nuovo documentario per cercare di raccontarci il malessere che si sta respirando negli USA in questo momento. La sua non è esattamente una denuncia, non mostra la stessa incisività del passato nel voler aprire gli occhi della gente, ma rimane egli stesso nello sgomento, come se buona parte della popolazione americana stia vivendo un incubo e non sappia veramente come uscirne. Venire alla Festa del cinema di Roma per Moore in fondo potrebbe essere non altro che promozione; il film non ha fatto certo i numeri del precedente Fahrehneit nel proprio Paese, ma questo non basta, nella sua narrazione, che non si discosta troppo dalle modalità a cui ci ha abituato, si nota un certo grido di aiuto, sommesso, che dovrebbe farci riflettere. E’ vero che tutto il film è una presentazione terribile dell’ascesa di Trump paragonato in certi momenti all’ascesa di Hitler in Germania, ma Moore non è sarcastico come la solito, lascia volutamente da parte l’ironia, creando delle risposte, degli appigli per sperare che l’uomo non sia veramente così, che le scelte fatte dalla gente in verità non siano stato frutto di una lucida presa di posizione, ma piuttosto di una concomitanza di fatti dovuti soprattutto ad un malessere del mondo occidentale che la politica cosiddetta democratica ha perso la sensibilità di captare.  Per Moore i Media hanno avuto una responsabilità enorme nel cavalcare il mostro a tal punto da renderlo più che interessante, forse l’unica risposta possibile per chi cercasse di rompere l’inerzia dell’establishment. l’altra responsabilità è stata di chi era al potere in quel momento che appunto non ha captato questa rabbia e si è posta su posizioni elitarie lontane dai bisogni delle persone. Trump in tutto questo appare quasi come un buffone che per buona parte della campagna elettorale non credeva lui stesso che il sistema gli avrebbe permesso di vincere. Il regista non perde comunque di vista le proprie caratteristiche quindi in più punti rimane autocelebrativo e narcisista ed il suo punto di vista è presente per tutta la durata del documentario, ma ormai lo conosciamo ed una critica a questo è decisamente banale. Alla fine respiriamo anche una certa aria di ottimismo, come se questo brutto sogno descritto fin qui abbia permesso all’America, quella buona, quella fatta soprattutto da donne di sinistra che si rimboccano le maniche, di ripartire dalla base, di riappropriarsi del ruolo etico della politica e di dare una speranza verso il futuro. Paragoni con gli Stati Uniti per noi sono difficili, ma anche noi stiamo vivendo un periodo caratterizzato da una certa inquietudine, soprattutto perché abbiamo perso delle certezze, i media in buona parte sono stati smascherati e non aiutano la gente a farsi un’idea reale di ciò che sta accadendo, anche noi siamo in  una sorta di sogno e questo documentario ci lascia la speranza che forse anche da noi tutto questo possa essere da stimolo per un risveglio.

e6c60cef-8e39-423e-ad25-efef272fb39d_large